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Quando il deficit di attenzione è una richiesta d’aiuto

Immagine di Annarosa Pacini

Deficit di attenzione e iperattività: in America aumentano i casi del 30 per cento. Un disturbo dall’origine ancora non ben definita e che viene curato spesso con farmaci come il Ritalin. Il timore è causato dal fatto che i malati di oggi, in molti casi, potrebbero diventare adulti problematici. Ma davvero l’AdHd (“Attention deficit hyperactivity disorder”) è sempre AdHd?

Dati recenti evidenziano come negli Stati Uniti il numero dei bambini colpiti da deficit di attenzione e iperattività (AdHd) sia aumentato, in dieci anni, del 30 per cento, nella fascia 5-17 anni. Una percentuale molto elevata, che crea grandi preoccupazioni. Oltre il 60 per cento di questi bambini, infatti, divenuti adulti, potrebbe manifestare sintomi della malattia. Il dato non è stato ancora confermato in maniera definitiva, ma in ogni caso è assai probabile che un aumento ci sia stato.

Tra i sintomi del deficit di attenzione indicati dall’Istituto nazionale di salute mentale americano abbiamo la difficoltà a curare i dettagli, la facilità a dimenticare le cose e a distrarsi, il bisogno di passare da un’attività all’altra senza sosta, la tendenza ad annoiarsi. Che, a livello di comportamento, può tradursi in difficoltà a stare fermi in classe, nel parlare in continuazione, essere impaziente, sino ad avere veri e propri scatti d’ira. Anche se una delle cure più accreditate è farmacologica, gli esperti sono ancora divisi, sia sulla cause che sulle possibili cure.

Perché se rendere un bambino più calmo e più attento somministrandogli dei farmaci può sembrare una buona cura, l’alterazione delle trasmissioni elettrochimiche neuronali, “drogate” dai farmaci, sin da giovane età, può creare conseguenze e dipendenze, ed essere anche una delle cause dei problemi dell’adulto.

Ma lasciamo agli esperti le questioni mediche e tecniche, e limitiamoci ad alcune osservazioni. Chi non ricorda di aver avuto almeno un compagno/a di classe che non stava mai zitto o che non voleva mai stare seduto o che perdeva la pazienza con facilità? Tutti ammalati di deficit di attenzione ed iperattività? Forse.

D. era un bambino molto intelligente, ma con notevoli problemi comportamentali a scuola e in famiglia, che influivano anche sul rendimento scolastico. Poco propenso a stare attento, parlava sempre con i suoi compagni, fino anche a distrarli, non dava ascolto alla maestra, e se qualche compagno non gli dava retta, perdeva la pazienza. Un caso di AdHd?

All’inizio dell’anno scolastico D. aveva una mamma iperansiosa e molto rigida, che aveva trasferito su di lui molte delle sue aspettative, almeno quelle che non era riuscita a realizzare in prima persona. Voleva un bambino sveglio ma attento, intelligente ma ubbidiente, docile ma con un carattere forte. Che a scuola fosse sempre il primo, che diventasse l’idolo delle maestre, fosse pieno di amici che lo adoravano, la facesse sentire fiera e capace.
D. aveva un padre autoritario e distaccato, sempre pronto a criticare, poco creativo, che non giocava mai con lui, e guai a disturbarlo quando tornava dal lavoro. Che, a tavola, ti diceva sempre cosa fare e cosa non fare. Come tenere la forchetta, come tenere la testa, come masticare. Forse, non sempre. Ma molto spesso. Soprattutto di fronte ad altre persone.
D. aveva un’insegnante sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Con una classe di 30 alunni, un insegnante di sostegno di meno, sempre più incombenze e sempre meno soldi. Perdeva facilmente la pazienza, alzava la voce, urlava, sbatteva le cose sul tavolo e se un bambino non faceva le cose come diceva lei, non mancano frasi taglienti.
Così, D. aveva cominciato a reagire, a non avere voglia di stare a sentire, a voler tirare fuori quello che aveva dentro. E odiava la scuola, la maestra e anche i compagni. E amava la mamma, però ce l’aveva con lei, perché lo faceva stare male. Mentre il babbo non lo sapeva se lo amava, perché gli parlava solo per sgridarlo.

La mamma di D. voleva capire perché accadeva, cosa fare. Così, ha cominciato a lavorare su se stessa. Ad essere meno critica, ad apprezzarlo di più, a non perdere la pazienza, a non alzare la voce. A vederlo ed amarlo per quello che suo figlio era. Il padre di D. imparò a non stare sempre a criticarlo e qualche volta riusciva a dirgli che lo amava, ad abbracciarlo e pure a giocare con lui. Alla maestra D., che intanto aveva iniziato delle sedute di counseling con un’esperta di bambini, di relazioni, di comunicazione, aveva cominciato a guardare il mondo in un altro modo. Ad imparare che gli adulti a volte sbagliato, ma ti vogliono bene. Che la maestra può anche essere simpatica, e magari non sempre urla. E se studi, sei più contento tu, e anche gli altri. E che ci sono dei compagni simpatici, basta provare.

Alla fine dell’anno scolastico D. a scuola stava piuttosto attento, parlava ogni tanto, come tutti i bambini, a volte un po’ di più, se la maestra diceva qualcosa che non gli piaceva glielo faceva capire, e con i compagni non perdeva più la pazienza, anche perché erano diventati più simpatici. Cosa avrà la possibilità di diventare un adulto equilibrato, capace di gestire la sua vita e le sue relazioni, senza portarsi dietro quella rabbia e quella sofferenza.

Un caso, certo. Ed ogni caso è una storia a sé. Ma prima di etichettare il comportamento di un bambino o di un adolescente con un marchio che potrebbe condizionarlo per tutta la vita, dovremmo cercare di capire se quella etichetta corrisponde alla realtà o è solo un mezzo per evitare le responsabilità che gli adulti hanno, adulti che a volte sono, proprio loro, le cause dei problemi che i bambini manifestano. Per questo, se non si cambiano le cause, è assai difficile cambiare l’effetto.







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