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a cura di Annarosa Pacini

Scrittura e personalità: quando l’insegnante sbaglia

Immagine Sempre più spesso vengo contattata da persone preoccupate perché qualcuno vuol far cambiare scrittura ai loro figli. Non ultimo, un dirigente scolastico, poco convinto dell’atteggiamento di alcuni suoi insegnanti che, di fronte ad un bambino dai buoni risultati scolastici e dalla personalità vivace, non si peritavano di dargli cattivi giudizi perché “scrive male”. La preoccupazione di quel dirigente, come quella di tanti genitori, è più che fondata. Vediamo perché.

Prenderò ad esempio due tra le tante situazioni in cui mi sono trovata ad affrontare questioni tra loro simili.
La prima: una madre era piuttosto innervosita dal fatto che le insegnanti di suo figlio, in quinta elementare, pretendessero che scrivesse “meno grande”. Viveva la situazione come un’imposizione grave e questo atteggiamento materno si rifletteva sul bambino, che era, conseguentemente, entrato in contrasto con le insegnanti, sentendo leso un suo diritto.
Il consiglio che ho dato a questa madre era di vedere la cosa in una prospettiva più ampia, sebbene ritenga molto grave il fatto che un insegnante voglia a tutti costi che un bambino modifichi ed adatti la sua scrittura al “modello grafico” che l’insegnante ha in mente.
Questo non significa che un modello non occorra, ma tra il modello da seguire per imparare e quello a cui adeguarsi perché il proprio non viene ritenuto “buono” c’è molta differenza.
La scrittura, (come ben insegna la Grafologia), rappresenta l’organizzazione temperamentale ed intellettiva individuale, il modo peculiare in cui ognuno si organizza di fronte al mondo e all’ambiente.
Un modello di scrittura che favorisca l’apprendimento è non solo consigliabile, ma, direi, necessario.
La mancanza di modelli impedisce ai ragazzi di acquisire la padronanza del gesto grafomotorio, creando adolescenti che non riescono ad identificarsi in un modello proprio, e allora cercano all’esterno. Basti pensare al proliferare di scritture in stampatello o script o concentrate nella fascia media, con una scomparsa quasi totale degli allunghi inferiori e superiori. Un argomento assai pregnante, che può aiutarci a capire meglio come anche l’educazione alla scrittura influisca sulla crescita individuale, ed a cui dedicheremo un approfondimento a parte. Fatta salva, quindi, la necessità pedagogica di insegnare a scrivere, affinché il bambino acquisisca padronanza grafomotoria e scriva con spontaneità e naturalezza, la questione di cui parliamo qua è diversa. Parliamo di bambini che a 9, 10 anni, hanno già un modello personale di scrittura, che rispecchia il loro modo di essere. E di insegnanti che vogliono a tutti i costi cambiarlo, e non solo loro, vi sono anche genitori che vorrebbero una scrittura “come piace a loro”. Ora, da un punto di vista pedagogico si tratta di un grave errore. Nel caso del nostro bambino, il calibro grande, le lettere rotonde, rappresentano il suo modo di essere, esuberante, giocoso, gioviale, espansivo. Per questo obbligarlo ad una scrittura “piccola”, che rimanda ad una natura introspettiva, attenta, a volte puntigliosa, è un errore grave. E’ come chiedere ad una persona di essere altro da ciò che è. Ho però, come vi ho detto, consigliato alla madre di vedere la cosa anche da altri punti di vista. La vita reale ci chiede adattamento e flessibilità. Quindi, un bambino padrone del processo grafomotorio può imparare a rispettare gli spazi senza troppo sacrificio. Non perché il suo modo di scrivere è sbagliato, ma perché è importante, nella vita, sapersi adeguare al contesto. Scrivere, magari, in modo più ordinato sul quaderno di matematica, e al pieno della propria creatività su quello di arti figurative.
Perciò non era la richiesta in sé dell’insegnante del tutto sbagliata, quanto le motivazioni. I bambini sanno adeguarsi, ma devono condividere il motivo che viene loro proposto, non imposto.
Un secondo caso è di pochi giorni fa: un dirigente scolastico chiede il mio parere su una gestione che lo preoccupa. Ha un allievo, in quinta elementare, brillante e intelligente, con ottimi risultati, ma una “brutta scrittura”. E’ in atto una guerra tra gli insegnanti, il bambino, e i suoi genitori. Spesso riceve dagli insegnanti questo tipo di giudizio “il compito è ottimo, ma per la tua brutta scrittura sono costretto a darti sufficiente”. Ed è, purtroppo, propri una storia vera. Il dirigente scolastico ritiene questo atteggiamento non corretto, ed ha ragione. Quella che si chiama “brutta scrittura”, grafologicamente non esiste. La bellezza di una grafia non viene dalle caratteristiche morfologiche, ma dagli elementi che rappresentano l’individualità in tutta la sua ricchezza.
Diverso è richiedere una grafia leggibile. Esistono semplici escamotage: il primo, può essere utile agli insegnanti. Se si affronta ogni scrittura in modo positivo, senza contrasti e pregiudizi, ci si rende conto che anche le più illeggibili in realtà non lo sono (posso assicurarvelo per esperienza diretta). Oppure, il comportamento deve essere assertivo. Il giudizio riportato sopra potrebbe diventare “Ottimo. Ti do’ questo voto, ma ho faticato a comprendere ciò che hai scritto. Un insegnante meno paziente potrebbe non leggerlo con attenzione, e magari darti un voto più basso. Sarebbe un peccato. Puoi cercare di scrivere in modo un po’ più leggibile?”. Tutti conosciamo la diversità tra la scrittura per gli altri e quella per noi, tra la lettera per un capoufficio e gli appunti presi sulla nostra agenda personale. Esistono molte sfumature, in ogni scrittura. I bambini devono soltanto trovare quella che meglio li esprime, e gli adulti devono aiutarli in questo percorso. In questa dimensione, ad esempio, anche l’adozione dello stampatello può avere una valenza positiva. Ho una scrittura personale non molto leggibile, decido di scrivere per gli altri in stampatello, per maggiore chiarezza, e non cambio la mia scrittura, ma cerco di comunicare meglio con gli altri, perché ho interesse che ciò avvenga. La motivazione è quello che fa la differenza, in situazioni di questo tipo: è importante per un bambino imparare che la chiarezza, nella scrittura, come nella comunicazione, è fondamentale perché ci consente di comprendere e farci comprendere meglio.
Quindi, agli insegnanti consiglio di vedere la scrittura come espressione del bambino, non come “regola” da imporre. Ai genitori, di aiutare il bambino a crescere ed a maturare, magari cercando, per quanto si sente di fare, di adattare la sua scrittura al rigo e al contesto, acquisendo quella capacità di disponibilità ed adattamento flessibile ed opportuno assai utili nella vita “da grandi”. Se ne potrà soltanto giovare. Solo confrontandoci con la realtà, con le difficoltà come con i successi, si può davvero imparare a crescere.

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