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Immagine Comunicazione, counseling, formazione

I segreti del comunicare: farsi capire, essere capiti
di Annarosa Pacini

Parlare. È una delle attività cui l'uomo si dedica più di frequente. Anche i più burberi non possono evitarlo: comunicare con gli altri è indispensabile, e non sfugge a questa regola neanche l'eremita più stoico che, probabilmente, finirà per parlare con se stesso. Certo, per lui gli equivoci saranno ridotti al minimo: conoscendosi bene, sa cosa si vuol dire. Eppure, neanche l'ipotetico eremita si sottrae completamente al rischio del fraintendimento: potrebbe, inconsciamente, mentire a se stesso, e non riuscire a cogliere l'essenza reale dei suoi pensieri, al di là delle parole. Questo è il nodo centrale del problema: cosa comunichiamo, quando parliamo?Ciò che dicono le nostre parole? In parte. Ma la percentuale più significativa, non è quella verbale, la comunicazione più evidente. È invece ciò che va al di là delle parole. Sono i metalinguaggi a comunicare per noi, anche ciò che non diciamo. Perché oltre alle parole, le persone cui ci rivolgiamo percepiscono un'infinità di stimoli: il tono della voce, il nostro sguardo, la gestualità, ed i più ricettivi, anche quei sentimenti che a noi razionalmente sfuggono, ma che dalle nostre parole traspaiono. Perciò, per essere certi di comunicare davvero agli altri il nostro pensiero, si debbono necessariamente sciogliere alcuni nodi, ed affrontare alcune tappe.
Primo, bisogna essere sinceri con noi stessi. Quindi, avere un buon livello di autoconsapevolezza e conoscenza di sé, il che include potenzialità e limiti. Secondo, è necessario imparare a controllare gli impulsi interiori. Ciò non significa che devono essere repressi, ma che devono essere adeguatamente espressi. Terzo, dobbiamo imparare a comunicare nel modo adatto, che è diverso per ogni singola persona con cui abbiamo a che fare. Questo, significa riuscire a capire il punto di vista altrui, in modo tale da rendersi conto come l'altro può "interpretare" le nostre parole. Quarto, bisogna esercitarsi a diventare buoni psicologi, capaci di capire intuitivamente le caratteristiche fondamentali di chi ci sta di fronte. In questo, molto dipende dalle attitudini personali. Una spiccata vocazione comunicativa, ed un buon livello di empatia aiutano, ma esistono tecniche che possono aiutare chiunque a migliorare in questo senso. Quinto, bisogna applicare quelle che io chiamo le tre regole fondamentali della comunicazione: il non giudizio, il non condizionamento, la coerenza. Iniziamo da questo numero una serie di articoli sulle teorie e le tecniche della comunicazione, o, come preferisco chiamarlo, sulla psicologia dei metalinguaggi. Lo scopo finale è quello di comunicare meglio. Quando ci sarete riusciti, vedrete come d'incanto migliorare tutti i vostri rapporti personali, compresi quelli lavorativi. Naturalmente, non potremo approfondire ogni argomento in modo dettagliato, ma chi lo desidera potrà richiedere le dispense che prepariamo per i nostri corsi di comunicazione, scrivendo a comunicare@encanta.it.
La comunicazione non verbale, o i metalinguaggi In ogni società nella quale si trovi a vivere, l'uomo è immerso in un continuo processo di scambio di segni, attraverso il quale vengono trasmessi dei messaggi. Sono segni, ad esempio, il verde del semaforo che ci avverte che è il momento di passare, il suono della sbarra di un passaggio a livello che ci avverte che sta per chiudersi, lo squillo del telefono che c'informa che qualcuno vuol parlare con noi, l'oggetto messo in bella mostra nella vetrina per invogliarci ad acquistarlo. Segni e messaggi, visivi o acustici, ma anche olfattivi, o tattili, nei quali siamo immersi, e che sono parte essenziale del vivere dell'uomo. Ogni società umana è quindi fondata su una rete di comunicazione, dal livello più privato a quello più istituzionale, attraverso la quale si muovono i messaggi, realizzando un passaggio di informazione. Perché il processo comunicativo funzioni, è necessaria la presenza di alcuni indispensabili fattori. La comunicazione si attiva tra due poli: la fonte del messaggio, o emittente, che emette appunto il messaggio (o segnale), ed il ricevente (o destinatario), che riceve il messaggio. Lo schema, sinteticamente, è il seguente
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La comunicazione è quindi una trasmissione di informazione che, per trasformarsi in significazione, necessita di un'interpretazione che si attua attraverso un codice. Quindi, un messaggio diventa un messaggio significativo solo se esiste un destinatario che è in grado di interpretarlo in relazione ad un codice. Facciamo alcuni esempi. Il lampeggiare del semaforo in mezzo ad un deserto disabitato non avrebbe alcun senso, poiché non esisterebbe nessun destinatario che potesse fruire del messaggio, né decodificarlo. Ma, sempre rimanendo nel deserto, se un cammelliere incontrasse un italiano, non poliglotta, e si mettesse a parlare con lui, il messaggio non sarebbe significativo, poiché l'italiano, che non conosce la lingua, non potrebbe decodificarlo, cioè non capirebbe ciò che il cammelliere gli dice. Certo, il cammelliere potrebbe supplire a questa mancanza aiutandosi con linguaggi non verbali, come la gestualità, che potrebbero però aiutare la comunicazione soltanto in presenza di messaggi semplici. Altrimenti, se il destinatario non è in possesso del codice, il messaggio non può adempiere la sua funzione di trasmettitore di informazione. Il codice, in senso generale, è un insieme di regole convenzionali che attribuiscono uno specifico valore a ciascun segno, e che sono condivise, conosciute e accettate, sia dalla fonte del segnale (mittente), sia da colui che lo riceve (destinatario). È il codice, infatti, che trasforma l'informazione in messaggio. Lo schema della comunicazione è adesso questo:
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Inoltre, poiché il messaggio che parte dall'emittente per giungere al ricevente ha bisogno di una via, altro elemento indispensabile è il canale comunicativo. Tale canale può essere costituito da un supporto fisico (esempio, il palo del semaforo, per tornare all'esempio sopra riportato), ovvero da un contatto di natura psicologica che determina l'attivazione di una presenza, o attenzione, del destinatario alla ricezione e comprensione (o decodificazione) del messaggio. Ad esempio: due persone stanno lavorando in una stanza, entrambe tacciono; quindi una inizia a parlare: richiama l'attenzione dell'altra persona, che si appresta ad ascoltare, quindi a ricevere il messaggio; se poi l'argomento di cui parlano è particolarmente significativo per chi ascolta, sarà anche psicologicamente più coinvolto, e la sua attenzione più desta. Qualora tale canale sia disturbato si verifica un rumore che ostacola la trasmissione del segnale. Va infine ricordato che il messaggio è riempito con materiali (oggetti, fatti, azioni, pensieri etc.) che appartengono ad una realtà pratica, che esiste cioè a prescindere dalla comunicazione (realtà extracomunicativa, di cui fanno parte tutti i linguaggi non verbali). Questa realtà che si trasforma in un messaggio nell'ambito del processo comunicativo è il referente. Possiamo allora completare lo schema del processo da noi precedentemente tracciato:
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Questo schema, nella sua forma essenziale, riguarda tutti i processi comunicativi. Complicato? Vediamo, con degli esempi, come in realtà faccia parte del nostro quotidiano. Un negoziante (EMITTENTE) vuol rendere accattivante la sua vetrina. Vuole dare un MESSAGGIO a coloro che guardano la vetrina (REFERENTI). Utilizza un CANALE VISIVO. È Natale, il commerciante ha un negozio di abbigliamento, vuole invitarli ad acquistare un abito per le feste: sceglie allora un abito da sera, da donna, rosso, che mette indosso ad un manichino, e dietro una maxi-bottiglia con tanto di etichetta, a simboleggiare lo spumante. Il MESSAGGIO è chiaro: ABITO ROSSO + SPUMANTE = FESTA. Il CODICE è sicuramente condiviso da tutti i referenti. E vi sono altri messaggi, quello dato dal colore, dal fatto che si tratti di un manichino "donna", e così via. Non sembri tutto scontato. La mancanza del possesso del codice, indispensabile per decodificare il messaggio, può causare grandi incomprensioni. Ecco un altro esempio. Un bravo ragazzino, che ha sempre vissuto con la mamma, deve adesso il pomeriggio stare con la zia, perché la mamma ha trovato lavoro. È sempre andato bene a scuola, e non ha mai dato problemi. In poche settimane, però, diventa nervoso, a scuola ha dei problemi, e la zia non fa che lamentarsi di lui, definendolo un ragazzino disobbediente, quindi, per niente buono. Da parte sua, il ragazzino definisce la zia "cattiva", e non capisce perché lo sgridi sempre. Fu proprio analizzando i processi comunicativi che si venne a capo della faccenda: il ragazzino, diligente e responsabile, era solito sbrigare i compiti subito dopo pranzo. Quindi, vivendo in un piccolo paese, usciva di casa, e la mamma lo faceva rimanere fuori anche fino alle 19.30. La zia, senza figli, anziana, non aveva invece dimestichezza con gli orari del nipote, e per lei un bambino di 12 anni non doveva rientrare in casa dopo le 18. Però il bambino finiva i compiti spesso dopo le 17, e rientrare alle 18 significava non poter stare abbastanza con gli amici. Essi si basavano su un codice diverso. Quando usciva, la zia gli diceva: "Non tornare tardi", e lui infatti non tornava "tardi". Ma il loro "tardi" era un'ora diversa, perché facevano riferimento a vissuti e ad esperienze diverse. Per la zia, quindi, il bambino era effettivamente disobbediente, perché tornava sempre dopo l'ora che lei riteneva "giusta". Per il bambino, la zia era ingiusta, perché voleva modificare le regole che la mamma aveva stabilito, ed alle quali si era sempre adeguato. Quindi, ingiustamente sgridato, dal suo punto di vista, e punito, diventava sempre più nervoso, cercava di finire i compiti sempre più in fretta, ed i risultati scolastici ne risentiva. Chiarito il problema (dalla mamma, che possedeva gli elementi necessari per decifrate i "codici" di entrambi) fu stabilita una nuova ora, le 19, e tutto tornò come prima. Incomprensioni di questo genere sono all'ordine del giorno, e non riguardano soltanto adulti e bambini, ma anche gli adulti tra di loro. Un marito torna a casa, magari nervoso perché ha avuto un problema sul lavoro. Trova la moglie di buon umore, che gli vuol parlare di un nuovo acquisto fatto, di cui lo vuol rendere partecipe. Lui risponde innervosito - non con la moglie, in verità, ma il nervosismo è una conseguenza interiore del suo stato d'animo, che viene veicolato dai linguaggi non verbali -, la moglie rimane delusa, ed a sua volta gli dice qualcosa di sgradevole, perché si sente colpita sul vivo. E dal nulla, può nascere una discussione. Il vero problema non è lì, eppure influisce sull'ambiente e sulle persone. Un corretto approccio comunicativo vorrebbe che l'uomo, rientrato in casa, dicesse alla moglie che è nervoso, perché ha avuto problemi. La moglie, quindi, non se la prenderebbe per il suo tono, perché saprebbe attribuirlo alla giusta causa, e rimarrebbe di buon umore, e questo certo influirebbe sullo stato d'animo del marito, che riuscirebbe a "staccare" ed a rilassarsi. In questa chiave, molte delle situazioni di "attrito" quotidiano, in famiglia, con gli amici, con il partner, sul lavoro, andrebbero a scomparire. E si può andare ben oltre, addirittura riuscendo non solo a cambiare, ma a migliorare le cose. Perché il circuito comunicativo è una catena. Nessun uomo è un'isola.

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