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L'ufficio fa ammalare
di Annarosa Pacini


Immagine Sempre più frequentemente la Chiesa si occupa della beatificazione e della santificazione di persone che, durante la loro vita, hanno avuto comportamenti esemplari, come uomini e donne di fede. Eventi di cui si impadroniscono i mass media, e diventano, oggi, quasi uno spettacolo. Ma la vera radice della santità e dei luoghi di culto nulla sta altrove.

Il Santo rappresenta un collegamento fra terra e cielo, così come il luogo di culto ad esso dedicato. Ci sono state epoche in cui i santi erano cercati e tenuti cari come indispensabili compagni di viaggio. Senza di essi si riteneva impossibile passare attraverso i rischi di questa vita ed approdare all'altra. Oggi forse non più, o, comunque, molto meno, tranne casi eclatanti, che quasi vogliono la beatificazione a furor di popolo, legati a figure di grande ed indiscusso carisma, da Padre Pio a Madre Teresa di Calcutta, a Papa Giovanni XXIII. Nell'antichità, a parte la Madonna e gli Apostoli, i veri santi riconosciuti furono i martiri, ossia coloro che nei primi secoli dell'Impero romano pagarono con i patimenti e la vita la loro fedeltà a Cristo. Il martire era visto come il vittorioso contro le potenze di questo mondo, il propagatore della fede, l'eroe di un'altra milizia, un modello, insomma, che dava forza perché rendeva attuale la vittoria di Cristo e mostrava lo Spirito trionfalmente operante nella storia. Nessuna meraviglia quindi che, finite le persecuzioni, il culto dei martiri abbia dilagato: su di loro si concentrò la venerazione dei credenti, e si percepì una potenza che si traduceva in miracoli. Lo stesso Agostino, che non amava i miracoli, che guardava con sospetto la fede nelle spente ossa, dovette arrendersi di fronte all'entusiasmo che i fedeli d'Arfirca, ai primi del V secolo, mostravano per le reliquie dei martiri, e nell'ultimo libro del De Civitate Dei narrò dei prodigi ad esse attribuiti. Parecchi vescovi peraltro preferirono favorire il fenomeno, legittimando numerose invenzioni di corpi di santi: tra essi lo stesso Ambrogio di Milano, che nel 383 fece esumare i resti dei santi Gervasio e Protasio. Immagine Così il culto dei martiri continuò a furoreggiare. Nel frattempo, tuttavia, man mano che si allontanava l'età dei martiri, l'attenzione dei credenti cominciò ad essere attratta da altri modelli di santità, più coerenti con la nuova congiuntura storica. In Occidente erano i tempi di eresie, di invasioni di barbari, di crescente disfacimento delle strutture civili e politiche; tempi, insomma, di angoscia e insicurezza. Per conseguenza, gli eroi prediletti dai credenti divennero, al posto dei martiri, i confessori, ossia coloro che non per un'ora o per un singolo atto, ma per tutta la vita e per un'infinità di gesti testimoniarono il grado eccelso della loro fede in Cristo. Padri come Agostino d'Ippona e Ambrogio di Milano, ma anche monaci (il nome significa "solo", oppure "colui che tutto riduce ad unità"), ossia persone che lasciavano la famiglia, le ricchezze, la carriera, per ritirarsi in un luogo appartato e selvaggio dove lottare contro le insidie del maligno. Antonio appare come l'eroe-tipo di questa schiera, ignorante del greco, ostile al sapere (gli si attribuisce il detto: "Le Scritture sono sufficienti per l'istruzione"), si liberò di tutti i suoi beni per recarsi nel deserto egiziano e vivere nell'ascesi più aspra. Papa Gregorio Magno distingueva gli "uomini di Chiesa" dagli "uomini di Dio": i primi che, per quanto asceti nell'animo operano nel secolo e ad esso imprimono il segno della loro autorità, della loro superiore cultura; i secondi, che per aver scelto la religione invece della politica, voltano le spalle al mondo, al sapere ed alle istituzioni, per riferirsi solo a Dio, per portare solo lo Spirito. I "modelli" di Santi cambiano nel tempo, ed ogni categoria rimanda a precisi contesti ed esigenze, variabili a seconda dei singoli e delle comunità nelle quali erano inseriti. Francesco d'Assisi seppe creare un nuovo modello di santità: fondò una religio che mentre portava Cristo alla città (il Cristo della povertà, della pace, della castità, della penitenza), portava la città alla Chiesa (egli insegnò, come si legge nel Testamento, ad "amare" i preti, tutti i preti, "perché dell'Altissimo Figlio di Dio nient'altro io vedo con gli occhi materiali in questo mondo se non il corpo ed il sangue suo che essi soli consacrano e distribuiscono"). Immagine Nel XIV secolo cominciò ad insinuarsi e ad essere accolta la distinzione tra santi e beati. Beato era chi, pur non avendo i titoli sufficienti per una proclamazione canonica da parte di Roma, poteva godere di una certa venerazione da parte della Chiesa locale. Torna ad esplodere anche un tipo di santità di cui si era persa la traccia, quella carismatica, capace di muove la storia con parole profetiche e con gesta taumaturgiche. Si pensi all'umile Caterina da Siena, che comandava i papi con l'autorità di una "donna di Dio", o alla umilissima Giovanna D'Arco, che trascinò una monarchia imbelle ed un popolo sfiduciato alla riscossa contro gli inglesi. Ma al papato ed ai governi laici faceva comodo una santità "istituzionale" , di modelli più facili da comprendere ed imitare, portatori di virtù come l'obbedienza, la soggezione, l'umiltà. In risposta a questo i credenti, privati di santi profetici (quelli che fanno sentire Dio presente ed operante nel mondo) e messi di fronte a santi "pubblici", voluti dal potere, reagirono inventandosi un proprio rapporto con la santità: il cielo era pieno di santi da invocare, tra i quali ognuno poteva scegliere quello cui affidarsi, per ricevere protezione, ed una scelta analoga fecero le comunità, sicché divenne particolarmente importante la festa del santo patrono. Negli ultimi secoli del Novecento, diciamo a partire dal Seicento, i santi più conosciuti ed amati, come quelli del Mezzogiorno, sono santi piagati, esempi di macerazione fisica, di sacrificio pieno, totale di sé all'adorazione ed alla preghiera; santi guaritori, per lo più, con un senso di appartenenza ad una determinata area geografica. La macerazione praticata e vissuta in esercizio quotidiano di rinunzia e in forme che sant'Alfonso de' Liguori riteneva esasperate ed eccessive, aveva il suo fondamento nei testi dei padri del deserto. Nel santo del Mezzogiorno, anche nell'età moderna, pietà e preghiera nascevano dall'umiliazione del corpo, considerato quasi un ostacolo per l'elevazione a Dio. Un esempio di questo tipo di santo fu f Gerardo Maiella. Illetterato, senza studi, entro nella Congregazione dei redentoristi come coadiutore: "Questa è la volontà del mio celeste redentore - scriveva a Suor Maria di Gesù - di star in ghiogato su de sta mara croce chino il capo". Gerardo Maiella è il santo delle terre fra Muro Lucano, il Foggiano, e l'alta valle del Sele, afflitte ancora, nella prima metà del Settecento, da una penuria endemica; è il santo di una quotidianità miserabile, che opera in zone di estrema povertà, dove gli abitanti molto spesso si affidano al miracolo, più che alle risorse e alle capacità individuali; è il santo più invocato quando si ha fame, quando si è ammalati e quando si fanno penitenze; è il santo dei contadini e dei bifolchi, protegge le partorienti, ma anche gli animali. L'ubbidienza è la dote fondamentale: ubbidienza totale, senza riserva alcuna, con la rinuncia completa alla ragione. L'ubbidienza fa parte della mortificazione del santo: egli la segue anche al di fuori di ogni logica "comune", fino a divenire "pazzo" per gli uomini, ma coerente con la sua logica di "uomo di Dio". Di lui si racconta che fu capace di sottomettere il diavolo e di servirsene. Prese a modello Gesù flagellato, e si fece battere molte colte con una fune ritorta e bagnata. Gerardo sottopose il suo corpo a crudeli penitenze, portando sempre cilizi, e facendosi flagellare sino a che sgorgava sangue vivo. Questa sanità così macerata, ascetica, piena di sangue e di rinunce era assai lontana da quella di sant'Alfonso, che si muove nella direzione di una nuova spiritualità. In sant'Alfonso la pietà non trapassa mai in follia, segue la linea del cuore, è paziente, umana, ottimista. Alfonso avrebbe voluto che i suoi redentoristi non eccedessero nella mortificazioni, di non fustigare il corpo come ostacolo all'amore di Dio, e difendessero la salute. Eppure la pietà indulgente e colta di sant'Alfonso e le macerazioni di Gerardo Maiella non sono in contrasto tra loro, ma rappresentano altrettanti aspetti della "materializzazione" della fede. Fanno da tramite, ognuno a modo proprio. E veniamo ad oggi. Padre Pio può, in qualche modo, essere accomunato a Gerardo da Maiella: viene dal popolo, e dal popolo è reclamato a gran voce beato. Pietrelcina, piccolo paese a pochi chilometri da Benevento, dove nacque il 25 maggio 1887, come San Giovanni Rotondo, nel cui convento operò sino alla morte, vivono tutt'oggi immersa nel suo ricordo e nelle sue opere. A quindici anni, quando fu accolto nel noviziato di Morcone, dove nel 1903 vestì l'abito di san Francesco, prendendo il nome di fra Pio, iniziò a soffrire di strane malattie di cui mai si ebbe un'esatta diagnosi, che mai guarirono completamente e che lo fecero soffrire per tutta la sua esistenza. Ma era egli stesso - così si legge nella biografia pubblicata sul sito dei cappuccini della provincia di Foggia, www.abol.it - che sentiva un prepotente desiderio di soffrire, di gustare il dolore quale mezzo di espiazione, per poter imitare Cristo che col dolore aveva salvato gli uomini. Con volontà di ferro superò ogni difficoltà provocategli dalla sua cagionevole salute, e venne ordinato sacerdote. Nel 1918, pregando davanti al Crocifisso del Coro della vecchia Chiesina, ricevette il dono delle stimmate, che rimasero aperte, fresche e sanguinanti per mezzo secolo. Tale fatto, avvalorato dalla fama di santo religioso, che da sempre lo accompagnava, richiamò folle di tutti i Paesi e suscitò inquietanti problemi nella Chiesa e nel mondo della scienza. Nonostante il grande afflusso di gente attorno a lui, con la curiosità, le polemiche e i dibattiti che ne conseguivano, Padre Pio attese con umiltà, perseveranza, obbedienza, ai suoi compiti di sacerdote. E' morto a ottantuno anni di età, il 23 settembre del 1968, e il suo insegnamento continua. Il 20 marzo 1983 ha avuto inizio il processo di beatificazione. ll 2 maggio 1999 350.000 fedeli si sono ritrovati in Piazza San Pietro e in Piazza San Giovanni in Laterano per assistere alla Beatificazione di Padre Pio. Madre Teresa di Calcutta può invece essere vista come la versione "moderna" di sant'Alfonso, capace di adattarsi ai tempi, e con essi dialogare, per raggiungere i più alti scopi. Scrive Franco Torbidoni, grande esperto di Grafologia, nell'analisi della scrittura di Madre Teresa (pubblicata sul n. 1-2/95 di "Grafologia medica"): "Trattasi di Soggetto, vitale, sensibili, animato da un ottimismo "ragionato", cauto se occorre, che si commuove ma senza debolezze, capace di conciliare ma in funzione di un risultato concreto. Immagine E qui entriamo nell'intimo temperamentale di Madre Teresa: quello dal quale emergono la volontà, la tenuta e lo spirito di sacrificio, la forza d'animo". "Io non sono che una piccola matita nelle mani di Dio", così si descriveva. È morta il 5 settembre 1997. Il 26 luglio 1999 è iniziato ufficialmente il processo di beatificazione. Le regole della Sacra Congregazione per i Santi stabiliscono che questo genere di processi non debbano iniziare prima di cinque anni dalla morte del candidato. Ma per Madre Teresa Giovanni Paolo II è intervenuto di persona autorizzando la deroga dalla normale prassi. Domenica 3 settembre scorso, con una cerimonia solenne in Piazza San Pietro, Giovanni Paolo II ha beatificato i papi Giovanni XXIII e Pio IX. Giovanni XXIII e Pio IX sono i Pontefici dei due Concili ecumenici: il Vaticano I (1869-1870) e il Vaticano II (inaugurato da Giovanni XXIII nel 1962 e portato a termine da Paolo VI nel 1965). Per Pio IX l'iter preparatorio della beatificazione è stato lungo ben 93 anni. Per Giovanni XXIII invece la causa di beatificazione è durata 35 anni. Ad avviarla fu Paolo VI nel 1965. In realtà Angelo Giuseppe Roncalli, questo il nome di Giovanni XXIII, avrebbe potuto essere già beato nel 1965, alla fine del Concilio, per acclamazione. A lanciare la proposta fu un giovane vescovo, ma la Curia si oppose. Eppure Giovanni XXIII, abile diplomatico e dotato di grande lungimiranza, fu "uomo della Chiesa", ma anche "uomo del popolo", che ha sempre amato il "papa buono", e prima di ogni cosa, di Dio. Alla domanda: "i santi a cosa servono" non si può rispondere, non almeno con una risposta esaustiva che possa stare in così poche pagine. Tralasciando però le implicazioni teologiche, filosofiche, e religiosa, una risposta si può dare: i santi servono ai tempi in cui vivono, agli uomini per dar loro forza ed esempio, alla fede, ma soprattutto alla causa di chi ha più bisogno. Essi sono uomini e donne, innanzi tutto, e come tali, portano con sé i propri limiti, limiti che perdono però di ogni importanza, in vista di un fine più grande. Che operano nella quotidianità, senza clamori o desiderio di fama. Collegamento tra cielo e terra, come dicevamo all'inizio. L'amplificazione del messaggio da parte dei media è una delle caratteristiche del nostro tempo, ed in questi casi è certo positiva. Ma quando i messaggi parlano al cuore, trovano sempre, ugualmente, la strada. In ogni tempo.
(fonte: "Tra santi e santuari", Giorgio Cracco, "Santi popolari del Mezzogiorno d'Italia fra Sei e Settecento" di Gabriele De Rosa, Radio24).


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