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Mucca pazza: come tutelarsi
di Annarosa Pacini


Immagine Non è facile scrivere sulla "mucca pazza", dire cose che non siano state dette, che non siano scontate, che possano davvero aggiungere qualcosa di nuovo. Eppure, qualcosa di nuovo da dire c'è. E riguarda soprattutto il nostro atteggiamento di fronte a certe notizie, a fatti che coinvolgono tutti, in prima persona. Perché mai come in questo caso, la vostra salute è nelle vostre mani. E la vera chiave di volta è un'informazione corretta. Che non può essere univoca, perché tanti, troppi, sono gli interessi in ballo. Che non deve essere di parte. Ma, soprattutto, non deve temere la verità.

Era il 1986 quando, per la prima volta, si sente parlare del morbo della "mucca pazza". La nuova malattia viene scoperta in Inghilterra. Colpisce le vacche, e distrugge il loro cervello: è la Bse, encefalopatia spongiforme bovina (Bovine Spongiform Encephalopathy). Il fatto non ha grande risonanza sui mass media. Due anni dopo, nel 1988, si comincia a parlare delle cause. Il primo colpevole è l'uomo, reo di aver alterato gli equilibri naturali, e di aver trasformato le erbivore mucche in carnivore inconsapevoli, dando loro da mangiare farine di carne ed ossa, bovina ed ovina, contaminata. La Bse, infatti, appartiene ad una famiglia di malattie che comprende la scrapie delle pecore e delle capre. La scaprie (da to scrape, in inglese grattarsi) spinge la pecora a grattarsi violentemente contro tutto ciò che trova, fino alla paralisi ed alla morte. La malattia è causata da una proteina, il prione, in grado di replicarsi e resistente ai comuni disinfettanti ed al calore. Secondo alcuni studi, la diffusione della malattia potrebbe essere stata causata anche da una modificazione dei procedimenti di preparazione delle farine, che venivano fabbricate abbassando la temperatura durante il processo industriale. Il prione, che agisce molto lentamente, colpisce il cervello dei bovini, e lo riduce in spugna (da cui, spongiforme). Il governo inglese vieta l'utilizzo di tali farine. Nel 1989, quando si comincia ad avere il dubbio che il morbo possa in qualche modo essere trasmesso anche all'uomo, si vieta l'utilizzo delle parti dei bovini ritenute più a rischio, nei prodotti destinati all'uomo: midollo spinale, cervello, milza, ileo, tonsille. Nel 1994 si hanno i primi casi di morbo simile a quello Creutzfeldt-Jakob (CJD), una rara forma di demenza. Simile, ma non esattamente uguale. Nel 1996 il ministro della Sanità inglese riconosce ufficialmente la comparsa di una variante giovanile del morbo di Creutzfeldt-Jakob ("nuova variante di CreutzfeldJacob", nvCJD), malattia che le dieci persone colpite potrebbero avere contratto mangiando carne bovina infetta. Pur non avendo nessuna prova certa in tal senso, le autorità non si sentono di escludere completamente il rischio. Nel 1997 un neurologo californiano, Stanley Prusiner (al quale, proprio per questa scoperta, va il Premio Nobel), individua i prioni responsabili del contagio nell'uomo. Tali prioni, una volta nell'organismo, contagiano i prioni sani, provocando la malattia. A tutt'oggi, ufficialmente, sono stati riconosciuti 80 casi di nvCJD in Gran Bretagna, 3 in Francia, 3 sospetti casi in Germania, 1 in Italia, ma ogni giorno vanno sempre più aumentando. Secondo le associazioni dei consumatori il numero delle vittime sarebbe, invece, molto più alto, ma misconosciuto per una serie di cause concomitanti. La prima, diagnosi non corrette. La seconda, una sorta di ottuso silenzio da parte delle autorità. La nvCJD interessa i giovani adulti tra i 19 ed i 40 anni, causa turbe del comportamento, ansia, depressione, incapacità di coordinare i movimenti, perdita di varie funzioni cerebrali e, entro 6-22 mesi dall'inizio dei disturbi, la morte.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo raccomandato l'adozione di tutte le misure necessarie ad evitare ogni contagio per l'uomo. Le principali norme adottate dalla Comunità Europea, dal 1988 ad oggi, sono:
- la distruzione di tutti gli animali infetti,
- il divieto di utilizzare, per l'alimentazione dei ruminanti, farine di carne ed ossa,
- il blocco delle esportazioni, ogni qual volta si ravvisi una situazione a rischio (prima la Gran Bretagna, più recentemente la Francia)
- la distruzione, nel Regno Unito, di tutte le frattaglie di bovino di età superiore ai sei mesi. Ci si augurerebbe l'abolizione dell'uso della farine animali non soltanto dai mangimi dei ruminanti, ma anche da quelli di ogni altra specie commestibile: suini, polli, conigli, pesci. Si teme che il solo divieto non sia sufficiente, in quanto allevatori incoscienti potrebbero continuarne a fare uso. Macelli clandestini, vendita di carni senza documenti: molti i casi anche in Italia. Già da tempo esiste una proposta di anagrafe dei bovini, una sorta di carta d'identità in grado di testimoniarne provenienza e caratteristiche. Ad oggi, la procedure per realizzare l'anagrafe regionale dei bovini è stata attivata soltanto da Piemonte, Marche ed Emilia-Romagna.
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Si fa un gran parlare dell'etichettatura della carne bovina. Se osservate attentamente la foto, vedrete che l'etichetta dice che il bovino è stato macellato e selezionato in Italia. Ma prima di essere selezionato e macellato, dove si trovava? Così formulata l'etichetta non è in grado di dare l'informazione che più interessa il consumatore, ovvero quella sulla provenienza e l'allevamento.


SI PUÒ STAR SICURI?
No. Da "Il Salvagente" del 30 novembre 2000: "…come dice il professor Pocchiari, dell'Istituto Superiore di Sanità: - Poiché il tempo di incubazione della malattia può essere molto lungo… l'assenza di malattia in Italia riflette esclusivamente l'assenza di infezione da mucca pazza negli anni o decenni precedenti, ma non dà alcuna indicazione sul rischio di infezione presente oggi nel nostro paese". E ancora: "…Lo stesso ministro Veronesi, dopo aver rassicurato per giorni i consumatori sull'assenza di rischi per le carni italiane, ha dovuto ammettere che: - Il rischio oggi non è quantificabile. Quando avremo fatto i test anti-Bse sapremo. Sono stati riscontrati positivi alla Bse il 2,3 per mille dei capi senza segni clinici. Tutto dunque potrebbe concludersi con un episodio circoscritto o potrebbe invece assumere "proporzioni epidemiche gigantesche". N.d.R. Per chi non lo conoscesse, "Il Salvagente" da sempre si occupa dei diritti dei consumatori, e propone un'informazione indubbiamente affidabile.
CHE CARNE MANGIAMO Per il 50 per cento, d'importazione, proprio dai paesi a rischio. Secondo gli allevatori, la produzione nostrana non sarebbe mai in grado di coprire il fabbisogno. Pro capite, considerando anche i lattanti, ogni italiano consuma 25 chili di carne l'anno.
ALIMENTI A RISCHIO
Nell'epidemia inglese (177.288 casi), ad eccezione di due bovini di 20 e 21 mesi, gli animali colpiti erano di età superiore ai 24 mesi. L'81% dei casi era rappresentato da bovini da latte. Gli animali a rischio BSE, quelli su cui dovrebbe essere esercitato il maggior controllo, devono quindi essere considerati prima di tutto i bovini oltre i 24 mesi di età (n.d.A.anche se non si può escludere la possibilità che la madre malata trasmetta la malattia al figlio) e quelli provenienti da zone geografiche a rischio BSE (secondo il Comitato Scientifico Steering sono rappresentate da Belgio, Germania, Danimarca, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Spagna e Svizzera, Portogallo ed Inghilterra) o da paesi dove la situazione sanitaria non è chiara (paesi dell'Est europeo?). Data la bassa incidenza della malattia (numero di animali ammalati sulla popolazione totale degli animali ricettivi), il test sugli animali macellati dovrebbe essere su ogni capo a rischio. Inoltre dal momento che il periodo di incubazione medio della BSE nei bovini è di 5 anni, è fortemente suggerito che il monitoraggio includa anche bovini macellati di età inferiore ai 24 mesi (fino a 18 mesi)*.
LA RICERCA SULLA BSE
È opportuno che sia sviluppata la ricerca per:
1. La produzione di metodiche rapide per la diagnosi della BSE
2. La sua individuazione in periodi sempre più precoci del tempo di incubazione
3. La possibilità di testare un elevato numero di animali*.
(* http://www.regione.veneto.it/videoinf/bse/notizie.htm)
IL TEST
Per poter emettere la diagnosi di Bse in un bovino, deve essere esaminato il suo cervello. Allo stato attuale, non esiste un test in grado di effettuare una diagnosi precoce.
SI POSSONO MANGIARE Secondo gli esperti, il muscolo, parte del bovino in cui non sono stati, ad oggi, ritrovati prioni. L'osso buco, che contiene midollo osseo, e non il rischioso midollo spinale. Le parti provenienti da carne magra di bovini adulti, come il girello. I derivati, come i latticini, non sono infetti, ma in questi giorni il dubbio serpeggia, così come per i dadi.
MEGLIO NON MANGIARE
La carne che si trova vicino all'osso, come le note "bistecche alla fiorentina", a meno che non si tratti di bistecche di comprovata provenienza italiana. Frattaglie, e cervello, midollo, occhi, trippa. La carne di bestie di provenienza non certa. Gli esperti suggeriscono prudenza con gli omogeneizzati, meglio scegliere aziende come la Nipiol, o la Plasmon, che hanno allevamenti propri.
LA CARNE OGGI A RISCHIO NON LA MANGEREMO PIÙ?
La carne oggi a rischio, in base ai regolamenti comunitari, può essere macellata e messa nel congelatore per tre, o sei mesi. E potrebbe poi tornare sui nostri piatti. L'Europa incentiva lo stoccaggio, pagando circa 900 lire per ogni chilo messo nel freezer (soprattutto bovini tra i tre ed i quattro anni). Secondo gli allevatori italiani, nessuno può assicurarci che quella stessa carne francese con osso che oggi non vogliamo, non torni sulle nostre tavole semplicemente senza osso, ma sempre a rischio.
COSA CHIEDERE AL MACELLAIO
1- Da dove viene la carne
2- dove è stata allevata
3- che sia stata allevata in modo naturale, meglio ancora in allevamenti biologici che, per la loro stessa filosofia, non dovrebbero (il condizionale è d'obbligo) mai far ricorso a metodi di alterazione
4- servitevi soltanto dal vostro macellaio di fiducia, e leggete con attenzione i cartelli esposti. Ricordate che le scritte "macellata" e "selezionata" non significano nulla. Un po' come quanto comprate l'olio d'oliva: per essere certi che si tratti di un prodotto italiano, non deve esserci scritto soltanto "confezionato" e "prodotto" in Italia, ma con "prodotto italiano".
IL NOSTRO CONSIGLIO È quello di essere prudenti. Oggi, ed anche domani.
Immagine Curiosità
Attenzione all'etichetta
Non c'è pace per le povere mucche che, senza volerlo rappresentano un vero rischio per l'umanità. Sono infatti i bovini, 1.300.000 milioni nel mondo, una delle principali cause del buco dell'ozono. Con le loro corpose flatulenze producono il 30 per cento dell'inquinamento atmosferico, più delle centrali termoelettriche.


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