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Se Sanremo fosse Sanremo


Immagine Molti ricorderanno uno degli slogan più riusciti, nella storia della manifestazione: "Sanremo è Sanremo". Ma forse qualcosa ci siamo dimenticati. Che quello di Sanremo è, o dovrebbe essere, un festival della musica. E forse, questo Sanremo ci voleva, per ritrovare un'identità perduta.

Vi dirò, sul Sanremo di quest'anno c'è ben poco da dire. Eppure, non si può non parlarne. Ne parlano tutti. Però, forse, si può tentare un approccio diverso. Quest'anno Sanremo è stato una sorta di flop. In realtà, ha raggiunto ascolti più che onorevoli, confrontati con quelli di altri programmi. Ma, messo in gara con se stesso, ha perso. E poco importa, se null'ultima serata riuscirà a fare qualcosa di meglio. Perché è stato un flop, tutti si chiedono? Colpa della Carrà, di Japino, di Papi, di Ceccherini, di Megan Gale, dei cantanti, delle canzoni, degli ospiti, del pubblico, della giuria? "Colpa di chi, chi, chi, chicchirichi". Intanto, il Festival di quest'anno non ha rappresentato un'evoluzione, ma un ritorno al passato, ad un Festival tradizionale, con una presentatrice tradizionale. Ritorno al passato che non è risultato gradito. In fondo, la Carrà ha fatto il suo lavoro. Ma di fronte a Sanremo come quello di Fazio, assolutamente "diversi", la sua conduzione non ha tenuto. E poi, è così buona, e gentile, che quasi non sembra vera. È una scelta, certo, di stile. Immagine Ma il pubblico non è più quello dei tempi di "Canzonissima". Va pazzo per le parolacce di Taricone, per le scudisciate di "Striscia", per l'irriverenza de "Le iene", per la verità di "Mi manda Raitre". Certo, trionfa anche la bontà, ma nei programmi appositamente confezionati. E poi, anche lì, qualche colpo di scena "cattivo" non manca mai. Va pazzo, con punte di morbosità - e qua i mass media dovrebbero fare un bell'esame di coscienza, soprattutto quei tg, come quello di Italia 1, che ormai arrivano a presentare le notizie sotto forma di fiction bellamente costruita - per la cronaca nera. Più sono cruenti, più attraggono. Non è la bontà che il pubblico di Sanremo vuole. E così, tutto sembra irrimediabilmente falso. Papi, che dietro il sorriso nasconde la sua brava punta di cattiveria (ben lo sanno i concorrenti di Sarabanda, costretti a sopportare nomignoli che non sempre sono complimenti). Ceccherini, e non me ne voglia, che è un comico "pesante", di quelli che dell'attacco, dello sberleffo, della comicità pecoreccia, hanno un istinto naturale. Ceccherini che piace, ha il suo pubblico, ma piace "vero". Per questo, quello a Sanremo non funziona. È edulcorato, rabbonito, non può essere se stesso. Certo, qualcosa gli sfugge. Risponde "Sai che palle!" ad una "mamma improvvisata" raccolta tra il pubblico che vorrebbe portarlo in Umbria, poi, chiede scusa. E che comicità è, una comicità che chiede scusa? È come se a "Striscia", per citare dei maestri, dopo una battuta dicessero "scusate, non era vero, non volevamo dirlo". Dopo un po', non funzionerebbero neanche loro. Megan è una ragazza sveglia. Ma nella parte della ragazza indifesa, non ci sta. Basterebbe un colpo ben assestato per atterrare un gruppo di Ceccherini. E poi, avrà avuto un'idea della parte che le veniva richiesta. Se accetti, devi accettare tutto. Oppure, chiarirti prima. Visto che nessuno la conosceva, come presentatrice, pare azzardato ipotizzare che sia stata presa per la sua bravura.
Immagine La Giuria di qualità che non ci sta a non poter capovolgere la situazione come quella dell'anno precedente (perché, chi l'ha detto, che il parere di un esperto VIP valga più di quello di un comune appassionato di musica?). Ci si aspettava qualcosa di diverso da chi, come Gino Paoli, nel 1961, fu il primo a presentarsi con una giacca qualsiasi e la cravatta allentata. Chiambretti, fin troppo bravo, ma anche lui, ridimensionato. Eppure, qualcosa di buona c'è. L'orchestra, quell'eccezionale orchestra, capace di riempire stadi, se mai facesse una tournee. I cantanti, molti, moltissimi bravi, anche tra i giovani. Le canzoni, anche quelle, per niente scontate. Allora, decidiamo. Se è il Festival della canzone, valorizziamo le canzoni, valorizziamo i cantanti, riportiamo il vecchio scontro. Due interpreti per la stessa canzone, come nel 1968 Lara St. Paul e Luis Armstrong, Fausto Leali e Wilson Pickett. Pensate che spettacolo: Giorgia e Whitney Houston, Paola Turci ed Enya, Fabio Concato ed Al Jarreau, Alex Britti e Craig David. Il cantante dei Moses, Sergio Moschetto, classe 1968, proprietario di un pianobar a Saint Vincent, (uno dei più "vecchi" giovani), reggerebbe bene anche "abbinato" a Lenny Kravitz. Allora, forse sì, riusciremmo a vedere sul palco, i nostri grandi cantautori. Sarebbe uno spettacolo davvero mondiale. Magari, presentato da un Fiorello: grinta, verve, fantasia, emozioni da dare. Un presentatore, sì, ma che sa intrattenere. Senza bisogno di stupire con improbabili Gorbaciov. Avrebbe più chance un Franco Califano. Se Sanremo fosse Sanremo, allora sì, ci sarebbe da divertirsi.

(l'immagine di Louis Armstrong è tratta dal sito www.bergengalleries.com/ Charlie Ward - Louis Armstrong)


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