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Clima: il futuro che ci aspetta
di Annarosa Pacini


Immagine Il clima sta cambiando. La primavera e l'autunno assomigliano sempre più a prolungamenti dell'estate e dell'inverno. Il freddo ed il caldo si alternano in modo scomposto, e per le piogge torrenziali che si abbattono sui paesi una volta a clima temperato pare a volte di stare più vicino all'Equatore.

Perché il clima cambia? Avvisaglie ce ne sono da decenni. Anni fa, i più attenti osservatori notavano come il clima andasse modificandosi. Non era facile capire se si trattava di modificazioni "normali": per la sua variabilità, un evento climatico può essere "standardizzato" soltanto sulla base di attenti studi che prendano in considerazione non l'ultima estate, o l'attuale inverno, ma quelli degli ultimi cento anni e più. Ovvero, la prima cosa da fare è distinguere i cambiamenti naturali, cioè conseguenza dei mutamenti dei cicli e delle stagioni, da quelli che invece "naturali" non sono. Già nel 1985 qualcuno affermò che durante il secolo successivo, quello nel quale siamo appena entrati, la temperatura globale avrebbe potuto aumentare anche di 4.5 gradi centigradi. Ancor prima, nel 1978, uno studioso americano notava come il consumo di combustibili fossili e la distruzione delle foreste avessero determinato un aumento di anidride carbonica nell'atmosfera, le cui conseguenze sulla temperatura e sul clima dovevano attentamente essere valutate (ci sono studiosi che misurano l'incremento di anidride carbonica sin dal 1957). Ma si sa, purtroppo, che fino a che certi temi rimangono legati ad ambienti scientifici, a gruppi culturali ristretti, la possibilità che siano presi in considerazione è assai limitata. Perché scattasse l'allarme a livello mondiale sono trascorsi anni, e ci sono voluti non piccoli segnali, ma eventi catastrofici. Sono dovuti intervenire i mass media, che a volte hanno forse banalizzato gli argomenti, come spesso accade in nome del business e della vendita, ma hanno comunque fornito un servizio: il problema non poteva più essere ignorato.
Ma cosa si è fatto, concretamente? Nel 1997, i rappresentanti dei Paesi industrializzati si riunirono nella città giapponese di Kyoto per affrontare l'argomento. Decisero che avrebbero dovuto ridurre del 5,2 per cento l'emissione dei gas considerati responsabili dell'"effetto serra". Su come fare, cioè sui protocolli da adottare per realizzare tale obiettivo, non si sono ancora accordati. E fino a che almeno 55 dei Paesi firmatari non troveranno un accordo, di fatto, tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli governi. I motivi per cui l'accordo non si trova è chiaro: appellandosi al fatto che le conclusioni scientifiche non possono ancora considerarsi definitivi, i Governi rimandano una decisione che costerebbe loro decine di miliardi.
ImmagineÈ curioso come tutti abbiamo sentito parlare del colpevole gas emesso dai casalinghi frigoriferi ben più dei micidiali gas prodotti dalle industrie. E mentre noi semplici cittadini, animati da un sano spirito ecologico, curiamo la bellezza dei nostri capelli con lacche e schiume varie che "non contengono CFC che danneggiano l'ozono", i grandi magnati dell'industria, che fanno? Nel tentativo di trovare un punto di accordo, i potenti della Terra si sono di nuovo riuniti, a l'Aja. Il protocollo di Kyoto stabiliva in fatti nel 2002 il termine ultimo per l'attivazione delle strategie. Ma l'intesa sembra ancora lontana. Eppure, la Conferenza della Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, alla quale hanno partecipato ben 173 Paesi, ha messo in chiaro il punto fondamentale: la qualità dell'ambiente deve essere considerata come una caratteristica essenziale della qualità della vita. Lo sviluppo sostenibile, ovvero, "uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni". A quasi dieci anni di distanza, molte di quelle affermazioni sono ancora soltanto parole. Nel 1998, intervenendo alla Conferenza Nazionale Energia e Ambiente, organizzata dall'ENEA, Vincenzo Ferrara, direttore della Divisione "Ambiente globale e mediterraneo", affermava:
"Kyoto, non rappresenta affatto un punto di arrivo o una grande conquista diplomatica mondiale (le misure decise sono scarse, parziali e limitate solo ad alcuni aspetti), ma è solo un timido punto di partenza per i problemi del clima e dello sviluppo sostenibile, ma soprattutto per la cooperazione mondiale anche in altri settori delle tematiche globali quali la biodiversità, la desertificazione e l'Agenda 21. Il Protocollo di Kyoto impegna i Paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione (i Paesi dell'est europeo) a ridurre complessivamente del 5% le principali emissioni antropogeniche di gas capaci di alterare l'effetto serra naturale del nostro pianeta entro il 2010, e precisamente nel periodo compreso fra il 2008 ed il 2012. Questi gas, detti gas di serra, sono:
- l'anidride carbonica;
- il metano;
- il protossido di azoto;
- i fluorocarburi idrati;
- i perfluorocarburi;
- l'esafluoruro di zolfo.
La riduzione complessiva del 5%, però, non è uguale per tutti. Infatti per il Paesi della Unione Europea, nel loro insieme, la riduzione deve essere di 8%, per gli Stati Uniti la riduzione deve essere del 7% e per il Giappone del 6%. Nessuna riduzione, ma solo stabilizzazione è prevista per La Federazione Russa, la Nuova Zelanda e l'Ucraina. Possono, invece, aumentare le loro emissioni fino al 1% la Norvegia, fino al 8% l'Australia e fino al 10% l'Islanda. Poiché l'attuale andamento delle emissioni dei gas di serra sopra citati provenienti dai Paesi industrializzati e da quelli ad economia in transizione avrebbe portato ad una tendenziale crescita complessiva delle emissioni di circa il 20%, la misura decisa a Kyoto di una riduzione complessiva del 5% rappresenta un grande risultato, perché significa che tutti questi Paesi dovranno in realtà procedere ad un drastico taglio delle loro emissioni tendenziali di circa il 25%, vale a dire una riduzione effettiva che è di molto superiore a quanto possa superficialmente apparire ad una prima lettura del Protocollo.
Nessun tipo di limitazione alle emissioni di gas ad effetto serra viene previsto per i Paesi in via di sviluppo, perché un tale vincolo, come era stato già discusso a Rio de Janeiro nel 1992, rallenterebbe, o comunque condizionerebbe, il loro cammino verso lo sviluppo socio-economico .(…)
Vale la pena osservare, tuttavia, che la crescita delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas di serra sta attualmente avvenendo con ritmo che è circa triplo (+25% nel periodo 1990-95) di quello che sta avvenendo nei Paesi sviluppati (+8% nel periodo 1990-95). Ciò vuol dire che attorno al 2010 non solo questo impegno dei Paesi industrializzati verrà vanificato, ma anche che, a tale data, le emissioni mondiali di tali gas di serra saranno cresciute complessivamente di circa il 30% in più rispetto ai livelli del 1990. Dunque, il Protocollo di Kyoto, pur essendo un ottimo punto di partenza, potrebbe risultare del tutto inutile, se non si trovano nelle prossime sessioni negoziali della 'Conferenza delle Parti' soluzioni adeguate e onorevoli per i Paesi in via di sviluppo.
Ai fini della riduzione delle emissioni di gas di serra non va tenuto conto solo dei rilasci in atmosfera dei gas di serra provenienti dalle attività umane, ma anche degli assorbimenti che vengono effettuati dall'atmosfera attraverso idonei assorbitori che eliminano tali gas e li immagazzinati opportunamente in modo da non aumentare l'effetto serra naturale. Uno dei principali assorbitori di gas di serra, ed in particolare dell'anidride carbonica, è costituito da piante, alberi e, in generale, dall'accumulo di biomassa attraverso la crescita della copertura vegetale. Pertanto, opere di forestazione iniziate dopo l'anno di riferimento: il 1990, vanno tenute in debito conto ai fini del bilancio fra quanto rilasciato in atmosfera e quanto assorbito da boschi e foreste.

Immagine Le azioni di forestazione possono essere di due tipi: riforestazione, cioè incrementare la crescita delle foreste su aree che erano già forestali e che incendi boschivi o l'azione umana hanno distrutto o depauperato, oppure afforestazione, cioè impiantare nuovi boschi e nuove foreste su territori potenzialmente idonei o da rendere idonei, ma che in passato non erano sede di boschi e foreste. La riduzione delle emissioni di gas di serra in atmosfera deve in definitiva essere intesa come riduzione delle "emissioni nette", vale a dire in termini di bilancio tra quanto complessivamente aggiunto all'atmosfera (rilasciato verso l'atmosfera) e quanto complessivamente sottratto dall'atmosfera (assorbito dall'atmosfera ed immagazzinato)".

Le prospettive non sono molto confortanti: l'aumento della temperatura è maggiore di quanto si fosse previsto, e potrebbe superare i 5 gradi entro la fine del secolo. Anche intervenendo immediatamente a livello globale, i livelli di anidride carbonica continueranno a salire. Per invertire l'attuale tendenza, infatti, le emissioni totali dovrebbero essere ridotte almeno del 40 per cento. Realisticamente, non è presumibile un tale sforzo da parte delle economie mondiali. Quindi, c'è chi suggerisce strade alternative, come quella di intrappolare il biossido di carbonio, sulle quali gli scienziati stanno lavorando ma che, all'atto pratico, ancora non sono percorribili. Intanto, le previsioni per l'Italia non sono davvero tra le migliori: il possibile innalzamento del livello della acque marine potrebbe provocare la scomparsa di alcuni litorali e zone d'acqua dolce, dalla laguna di Venezia a quella di Orbetello.

Come ridurre le emissioni
Per la riduzione delle emissioni, il Protocollo di Kyoto individua come prioritari alcuni settori:
- l'energia, intesa sia come combustione di combustibili fossili nella produzione ed utilizzazione dell'energia (impianti energetici, industria, trasporti, ecc.), sia come emissioni non controllate di fonti energetiche di origine fossile (carbone, metano, petrolio e suoi derivati, ecc.);
- i processi industriali, intesi come quelli esistenti nella industria chimica, nell'industria metallurgica, nei produzione di prodotti minerali, di idrocarburi alogenati, esafluoruro di zolfo, nella produzione ed uso di solventi, ecc.;
- agricoltura, intesa come zootecnia e fermentazione enterica, uso dei terreni agricoli, coltivazione di riso, combustione di residui agricoli, ecc.;
- rifiuti, intesi come discariche sul territorio, gestione di rifiuti liquidi, impianti di trattamento ed incenerimento, ecc.


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