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L’Italia in nero: un’economia della sopravvivenza

Immagine - L’Italia in nero: un’economia della sopravvivenza Come fanno ad arrivare a fine mese le famiglie? La risposta arriva dalle rilevazioni della Banca d’Italia che ci dimostrano come in moltissime famiglie al reddito da lavoro si aggiungano altri redditi: innanzitutto i trasferimenti, quindi i redditi da capitale mobiliare e immobiliare. Infine, un’ulteriore fonte di reddito è rappresentata dal secondo lavoro, spesso esercitato in nero.

«Tutte le analisi che l’Eurispes – sottolinea il Presidente dell’Istituto, Gian Maria Fara – aveva proposto e diffuso nel corso degli anni passati e che gli organi ufficiali avevano spesso contestato, oggi vengono comunemente accettate e condivise non più solo dai cittadini che vivono la crisi nella quotidianità, ma anche dalle stesse Istituzioni del nostro Paese. Perdita del potere d’acquisto, salari tra i più bassi d’Europa, aumento vertiginoso dei prezzi dei beni, anche quelli di prima necessità, ricorso sempre più ampio al credito al consumo come forma di integrazione al reddito, conseguente allargamento delle sacche di disagio e di povertà.
La riflessione – secondo il Presidente dell’Eurispes – deve oggi necessariamente partire da una domanda: ma come è possibile che gli italiani, nonostante la concomitanza di fattori così svantaggiosi e uno scenario economico tanto nefasto, anche rispetto alle previsioni per il futuro più prossimo, dimostrino tanta pazienza?
Se gli italiani non danno ancora vita a manifestazioni spontanee di forte, estremo, dissenso è solo perché esiste in forma diffusa nel nostro Paese un’altra ricchezza che è generata da un’economia non ufficiale: quella sommersa. Ma anche quella legata purtroppo ai business e ai proventi delle attività criminali». “Il Rapporto sull’economia sommersa – spiega il Prof. Antonio Iodice, Presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V – presenta un’analisi del contesto economico italiano, alla luce dei dati più recenti riguardanti l’evasione fiscale, il lavoro nero, l’azione dell’Agenzia delle Entrate, le difficoltà delle famiglie che affrontano la sindrome della terza settimana, il consumo dei beni di lusso e il fenomeno dei cosiddetti “falsi poveri”, le misure legislative miranti alla riemersione del’economia sommersa e il contrasto dell’evasione.
I dati e i risultati emersi all’interno del Rapporto offrono il ritratto di un’economia costretta a fare grande affidamento sul sommerso per affrontare la crisi, e nel quale l’evasione appare, in molti casi, quasi un’opzione di sopravvivenza».

L’economia sommersa muove nel nostro Paese circa 540 miliardi di euro. A fronte di un’inflazione in costante crescita negli ultimi 10 anni, e del livello dei salari italiani tra i più bassi d’Europa tanto da poter affermare che i lavoratori continuano ad essere pagati in lire, anche se comprano in euro, i sintomi della crisi sono ormai evidenti. Solo un terzo delle famiglie italiane, infatti, riesce ad arrivare tranquillamente a fine mese; almeno 500.000 famiglie hanno difficoltà a onorare i mutui per la casa; aumenta il credito al consumo (più del 100% tra 2002 e 2011) e cresce la povertà “in giacca e cravatta”. Uno dei mezzi principali ammortizzatori degli effetti della crisi sembra allora essere proprio l’economia sommersa, il cui valore complessivo è stimato dall’Eurispes per il 2011 in almeno 540 miliardi di euro, corrispondenti al 35% del Pil ufficiale.

Lo spread tra ricchezza “dichiarata” e benessere reale. Lo squilibrio tra entrate e uscite di cassa rileva la presenza di una ricchezza familiare “non dichiarata”, in assenza della quale anche le spese di normale amministrazione risulterebbero pressoché insostenibili nel medio/lungo termine. La discrasia tra ricchezza “dichiarata” e ricchezza reale delle famiglie italiane trova ulteriore conferma nel raffronto tra: l’esigua percentuale di redditi elevati dichiarati dai contribuenti persone fisiche (meno dell’1% supera la soglia dei 100.000 euro); il numero di super-ricchi (circa 180.000 nel 2009, in crescita rispetto agli anni precedenti) e, più in generale, le dimensioni del mercato italiano dei beni di lusso (primato europeo nel 2010 con un giro d’affari di 16,6 miliardi di euro).
A livello regionale si sottolinea, in particolare, il primato assoluto della Puglia, con uno spread di 54, seguita da Sicilia, Campania e Calabria (spread rispettivamente di 53, 51 e 50). Si registrano invece valori intermedi di spread (compresi tra 40 e 50) in sei regioni, di cui cinque nel Mezzogiorno (Molise, Abruzzo, Sardegna, Basilicata) e una nel Centro Italia (Umbria). Mentre valori minimi di spread (inferiori a 30) sono riscontrabili nelle rimanenti 11 regioni, localizzate in massima parte nel Nord Italia, con valori minimi in Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Lombardia (spread, rispettivamente, di 1, 11 e 12).
In 18 province lo spread supera quota 50 punti (Catania, Ragusa, Sassari, Brindisi ed Agrigento in testa, con spread pari o superiore a 57). Altre 60 province (la maggioranza assoluta) ha uno spread compreso tra 20 (Reggio nell’Emilia) e 50 (Avellino, Siracusa, Reggio di Calabria).

I redditi dichiarati dagli italiani. Poco meno della metà dei contribuenti-persone fisiche (20,3 milioni, 49,1% del totale) ha dichiarato nel 2010 un reddito complessivo inferiore a 15.000 euro (1.250 euro su base mensile), mentre la stessa percentuale, riferita alle successive classi di importo, tende a decrescere all’aumentare del reddito complessivo dichiarato (35,2% tra 15.000 e 30.000 euro di reddito; 11,3% tra 30.000 e 50.000 euro; 3,5% tra 50.000 e 100.000 euro; solo lo 0,9% più di 100.000 euro). Tra coloro che hanno dichiarato un reddito complessivo inferiore ai 15.000 euro l’11,8% si colloca al di sotto dei 1.000 euro (5,6% del totale dei contribuenti), il 16,1% nella fascia 7.500-10.000 euro (7,7% del totale dei contribuenti), mentre il 19,4% nella fascia 12.000-15.000 euro (9,2% del totale dei contribuenti).

940 miliardi di euro l’anno: la spesa realmente sostenuta dalle famiglie. A tanto ammonta la spesa attualmente sostenuta dalle famiglie per l’acquisto di beni (durevoli e non) e servizi, che ha registrato, nell’arco temporale che va dal 2000 al 2009, un incremento significativo, seppur in parte ridimensionato nel corso del 2009 a causa della grave e generalizzata crisi economica. Nel 2000, la spesa complessiva delle famiglie italiane era pari a circa 727,2 miliardi di euro (valori a prezzi correnti); dieci anni più tardi, nel 2009, lo stesso valore ha superato i 918,6 miliardi di euro, con una flessione del 2% rispetto al 2008 e un incremento, rispetto al 2000, del 26,3%. Nel corso del 2010, la spesa complessiva delle famiglie italiane è tornata a crescere, registrando un incremento del 2,4% rispetto al 2009.

Il bilancio familiare letto attraverso le spese di una “famiglia tipo”. Individuando le caratteristiche di una famiglia tipo (idealmente composta da due adulti e due bambini che risparmia su tutto ma non fa mancare nulla ai figli e conduce una esistenza quasi spartana ma dignitosa), l’Eurispes ha quantificato il costo mensile necessario per mantenere stabile il livello del tenore di vita individuato.
Si è potuto calcolare che il costo medio per i beni essenziali di una famiglia composta da quattro persone è di 30.276 euro l’anno, cioè di 2.523 euro al mese. Se alle voci considerate si aggiungessero categorie quali comunicazione, arredamenti, tempo libero, cultura, sport e le spese impreviste, la spesa mensile necessaria subirebbe un aumento di circa il 25%. Il che equivale ad una spesa mensile complessiva di 3.154.
Come è facile intuire, il reddito medio delle famiglie, non arriva a questa cifra. Come spiegare, allora, la circostanza che le famiglie che si trovano nelle condizioni ipotizzate dall’Eurispes e che non sono certamente poche nel nostro Paese, possano sopravvivere? La risposta arriva dalle rilevazioni della Banca d’Italia che ci dimostrano come in moltissime famiglie al reddito da lavoro si aggiungano altri redditi: innanzitutto i trasferimenti, che possono provenire dallo Stato e dagli Enti locali e/o da altre famiglie (nonni, genitori). Una seconda fonte di entrate è data naturalmente dai redditi da capitale mobiliare e immobiliare, che per la Banca d’Italia rappresentano una quota non trascurabile dei redditi complessivi delle famiglie italiane. Infine, un’ulteriore fonte di reddito è rappresentata dal secondo lavoro, spesso esercitato in nero







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