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Bullismo: i genitori non sanno cosa fare

Immagine - Bullismo: i genitori non sanno cosa fare E’ presente di un diffuso disorientamento tra le famiglie alle prese con la gestione del fenomeno, tra cui traspaiono un possibile atteggiamento di inerzia (in parte riconducibile ad una scarsa conoscenza di questo fenomeno e alla complessità della sua gestione) ed una tendenza alla minimizzazione e alla normalizzazione. Forse i genitori non intervengono perché sono poco a conoscenza di ciò che davvero accade nelle vite dei figli e minimizzano il fenomeno del bullismo.

Cultura e maturazione dei figli, ecco cosa si aspettano le famiglie dalla scuola. L’idea dei genitori è che la scuola debba “accrescere la cultura” (28,9%) e “far maturare le persone” (28,8%); il 17,9% si è espresso richiamando la necessità di preparare al mondo del lavoro e il 13,4% a favore della trasmissione di valori.

L’opinione dei genitori sui programmi scolastici. I genitori vorrebbero aumentare nelle scuole le attività di prevenzione rispetto a fenomeni quali il bullismo o le droghe (20,7%) e dare maggiori opportunità ai ragazzi di scegliere i temi su cui soffermarsi (18,5%). Il 17,9% invece vorrebbe nei programmi scolastici più spazio per lo studio delle lingue straniere e il 12,7% maggiore spazio da riservare alle attività pratiche.

Genitori poco contenti degli insegnanti. Il dato che più colpisce riguarda senza ombra di dubbio l’indicazione espressa dall’80% dei genitori, che indicano come necessaria la presenza di insegnanti più preparati e più aggiornati. Per il 67% del campione sarebbe necessario invece un maggiore impegno nel combattere le discriminazioni e per il 79,1% la scuola ideale dovrebbe mostrarsi più severa con i ragazzi violenti. Si manifesta così, da parte delle famiglie degli studenti intervistati, un forte richiamo agli educatori scolastici ad esercitare una maggiore sorveglianza sulle dinamiche negative che possono innescarsi tra i ragazzi nell’ambiente scolastico. Fortissima anche la richiesta, espressa dall’84,5% del campione, di avere una scuola più aperta alle proposte e alle iniziative degli alunni. Meno sentite appaiono invece le esigenze di poter mandare i propri figli in istituti privi o di alunni stranieri (6%) o di simboli religiosi (12,4%).

Il fenomeno del bullismo e l’atteggiamento dei genitori. Alle famiglie degli alunni delle scuole che hanno partecipato alla ricerca è stato chiesto se sia accaduto loro di essere stati messi al corrente di atti di bullismo subiti dai propri figli. Il caso più frequente è quello delle provocazioni e delle prese in giro ripetute, sul quale si è dichiarato informato il 16,7% dei genitori; seguono le offese immotivate (14,2%) e la diffusione di informazioni false o cattive sul conto del proprio figlio (9,4%). Le situazioni per cui la famiglia risulta invece meno coinvolta dai figli sono i furti di denaro (1,7%), le percosse (2,3%) e le minacce (3,2%). Nel caso dei ragazzi dai 12 ai 15 anni, i comportamenti di cui più frequentemente i genitori vengono a conoscenza sono le provocazioni o le prese in giro ripetute (19,5%), le offese immotivate (15,8%), la diffusione di informazioni false o cattive sul conto del figlio (10,2%) ed il danneggiamento di oggetti di proprietà (7%). I ragazzi tra i 16 ed i 18 anni, invece, confessano di essere vittime di provocazioni (9,6%) e offese (9,3%), ma anche vittime di diffusione di informazioni false e negative su di loro (8,0%) e, in percentuale preponderante rispetto alla fascia di età dei 12-15enni, di essere vittime di esclusione da parte del gruppo dei pari (6,2%).

Per contrastare gli atti di bullismo, i genitori suggeriscono ai figli soprattutto di ignorare il comportamento del bullo o dei bulli (nel 15,2% dei casi) e li invitano a coinvolgere nel problema gli insegnanti (12%), che per l’ennesima volta vengono chiamati in causa come corresponsabili della tutela dei figli. Meno rilevante, ma comunque significativa, la percentuale di genitori (8,8%) che ha dichiarato di aver lasciato il proprio figlio libero di decidere autonomamente il tipo di comportamento da assumere in simili circostanze. Più marginali appaiono, nel loro insieme, le risposte “attive” messe in campo dai genitori: se è vero che l’8,4% degli intervistati ha dichiarato di essersi rivolto personalmente agli insegnanti o al preside della scuola, solo nell’1,1% dei casi la famiglia della vittima ha optato per un confronto con quella del bullo. Ancora inferiore è, poi, la percentuale di coloro che si sono rivolti direttamente ai bulli (0,7%), che hanno sporto denuncia alle Forze dell’ordine (0,7%) o che hanno optato per un cambio di istituto scolastico (0,1%).

Sembra dunque che tra le famiglie dei giovani partecipanti a questa indagine prevalga un’inclinazione a sostenere indirettamente il proprio figlio dinanzi ad episodi di bullismo, anziché intervenire in prima persona per la risoluzione del problema. Un atteggiamento valutabile in sé in termini sicuramente positivi, ma che in questa sede deve essere osservato anche alla luce di una maggioranza relativa di genitori (49,2%) che per questa domanda ha optato per la scelta “non sa/non risponde”. Un simile risultato suggerisce l’esistenza di un diffuso disorientamento tra le famiglie alle prese con la gestione del fenomeno, di un possibile atteggiamento di inerzia (in parte riconducibile ad una scarsa conoscenza di questo fenomeno e alla complessità della sua gestione), di una tendenza alla minimizzazione e alla normalizzazione.

Forse i genitori non intervengono perché sono poco a conoscenza di ciò che davvero accade nelle vite dei figli e minimizzano il fenomeno del bullismo, come segnalano i seguenti dati: il 37,7% dei genitori è almeno un “po’” d’accordo con le affermazioni come “il bullismo è raro, si fa molto rumore per nulla” e che simili situazioni siano prive di “gravi conseguenze”. Il 34,1% dei genitori si riconosce inoltre almeno un “po’” nell’idea secondo cui “il bullismo è parte della normale esperienza dei bambini e degli adolescenti”, mentre un cospicuo 26,1% non esprime un disaccordo con l’idea che questi episodi siano addirittura “un’opportunità per imparare a gestire lo stress e le intimidazioni”.

(Fonte: Eurispes e Telefono Azzurro, Indagine Conoscitiva sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza 2011)









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